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Cenni Storici

Per meglio conoscere la storia della città di Mineo, è bene che diamo prima alcuni cenni di quel popolo, da cui pare sia stata fondata ed avere anche un'idea chiara e precisa della sua più antica cultura e civiltà.
I siculi non furono autoctoni, ossia originari della Sicilia, ma vi immigrarono insieme ad altri popoli provenienti dalla penisola italica. Essi provenivano dall'Italia settentrionale e secondo le rivelazioni della paletnologia appartennero alla famiglia ligure., che sarebbe stata un ramo del ceppo camitico. Quella regione fu tra le primissime ad essere abitata in Europa insieme a quella iberica. Questo popolo prima che arrivasse nella nostra isola si stanziò nel Lazio, poi, seguendo la via comune delle migrazioni italiche, passò nell'Umbria ed infine nella Calabria. Questo è conforme alle notizie date da Filisto, storico siracusano, che ne fece una spedizione eroica capitanata da Siculo, figlio di Italo, re dell'Etruria.

Anche la critica storica dice ormai che questo popolo giunse
nell'isola dall'Italia per lenti e successivi spostamenti verso il centro e il sud, tanto da potere subire influenze umbro-latine, riconoscibili in certe affinità linguistiche. Latino è infatti il nome Palica, che deriva da Palus, il laghetto dalle acque gorgoglianti, dove sorgeva il tempio più famoso dei siculi, nella piana di Mineo.
Ne è prova anche la natura prettamente italica del dialetto siciliano. La Sicilia prima che arrivassero i Siculi era abitata da altri popoli orinai autoctoni, tra cui i Sicani, oriundi da quella regione spagnola, dove scorreva il fiume Sicano, da cuì avevano preso il nome.

Questo popolo prima si era stanziato nella parte orientale dell' isola, e vi aveva apportato i  suoi usi e costumi, le sue leggi e tutta la sua cultura e civiltà. Fu per circa cinque secoli sempre in lotta con le popolazioni vicine, riuscendo a vincerle e a dominarle.
Così arrivò ad impadronirsi di gran parte dell'isola, tanto che essa prese il nome di "Sícania".
Arrivati poi i Siculi anch'essi vollero stanziarsi nelle coste orientali della Sicilia respingendo le popolazioni sicane nella parte occidentale.
Ma quando vi immigrò?
Fino ad alcuni decenni fà, incerta era l'epoca in cui questo popolo venne nell'isola. Dionigi di Alicarnass, ai suoi tempi, diceva che vi pervenne cento anni prima della distruzione diTroia, Tucidide trecento, mentre alcuni storici moderni e contemporanei parlano di mille, di mille e cento ed altri ancora addirittura di mille quattrocento anni a.C.
A queste conclusioni erano giunti gli studi storici fino al 1958, quando in quell’ anno, un gruppo di eminenti studiosi americani di archeologia, identificarono le rovine della mitica città di Morgantina ed accertarono la sua costruzione nel secolo XII a.C. da parte dei Morgeti venuti in Sicilia dopo essersi accodati ai siculi.
I siculi, come abbiamo detto, all'inizio, occuparono la parte orientale dell'isola, che era abitata dai sicani e scacciatili li costrinsero a ritirarsi nella parte occidentale, mentre essi a poco a poco, estesero il loro dominio nella valle del Simeto, sulle falde dell'Etna, nella Val di Noto, nel centro sud fino al fiume Imera, nella valle dei Margi e zone circostanti.
Così le popolazioni predominanti dell'isola risultarono sicule e sicane, tanto che Omero, al suo tempo, chiamerà l'isola "Sikelia" e "Sicania".
Col passare dei secoli il numero e l'importanza dei sicani vennero meno fino a scomparire del tutto, mentre i siculi invasero quasi tutta l'isola. Per questo fenomeno l'appellativo "siculi" perdette il senso etnologico, per assumere quello geografico, che si estese a tutti gli abitanti della Sicilia.
Quando i greci vennero nell'isola, verso il 735 a.C., i siculi opposero loro fiera resistenza finché, battuti, furono costretti a ritirarsi nell'interno in posizioni dominanti. Così ebbero origine una trentina di città importanti ove i siculi svolsero le proprie attitudini, avverse a qualunque progresso che non venisse da loro. Tra esse si distinsero Enna, Modica, Bucchieri, Scicli, Ispica, Trinacia, Agira, Galaria, Ibla, Adrano, Pantalica, Mena ,Erbita, Centuripe, Noto e la già menzionata Palica.
Per la vita sociale i loro capi venivano scelti tra i più valenti in guerra e tra i più autorevoli, dotati di straordinaria potenza magica, capaci di procurare l'abbondanza delle messi e la fecondità degli armenti.
I siculi furono un popolo pio e religioso. Considerarono tutta la natura come un immenso tempio. Il fuoco e la pioggia, le fonti e gli alberi erano creduti spiriti vitali, addirittura divinità, cosicché il corso di un fiume, il mormorio di un ruscello e lo stormire delle foglie erano per loro motivo di preghiera. Tali manifestazioni per loro erano ritenute potenze sovrumane, esseri ultraterreni. E come gli abitanti dell'Egitto venerarono il Nilo, quelli dell'Italia il Po e il Tevere, così essi venerarono il Simeto, che chiamarono il padre Adriano. Venerarono pure altre divinità, tra cui la dea Iblea, la madre Terra, le varie Ninfe ed i gemelli Palici, che incarnavano la forza e la ferocità.
Credettero alla sopravvivenza dell'anima, per cui ebbero il culto dei morti. Conservavano i loro cadaveri con cura in cellette rettangolari, quadrate su letti di pietra di terracotta, come gli etruschi, lungo le pareti rocciose dei monti, presso una valle solitaria dove brontolava un ruscello, e in grotte separate da quelle che essi abitavano.
Li ornavano di pelli, di gioielli. Vicino mettevano cibi e bevande dentro vasi, ciotole, pignatte e bicchieri. Nelle mani ponevano una moneta, che doveva servire per il viaggio d'oltretomba e tutto veniva ricoperto da una lastra di pietra.
Una prova evidente e inconfutabile l'abbiamo avuta nel 1989 avendo assistito agli scavi archeologici eseguiti dalla sopraintendenza ai Beni Culturali di Catania nella necropoli di S. Ippolito sita nella periferia dell'abitato di Mineo. Oltre al materiale archeologico accennato sono venuti alla luce un centinaio di scheletri umani aventi quasi tutti la moneta in mano.
Questo popolo si occupò specialmente di agricoltura e divenendo sempre più esperto diede ad essa una grande consistenza, usando mezzi e strumenti adatti a renderla più florida e più ricca.
Nell'artigianato e nella scienza arrivò al modo di fondere il rame e lo stagno, come dimostrano le armi metalliche, i vasi laminati, gli arnesi e gli strumenti di lavoro ed altri oggetti di ornamento in bronzo fuso, ritrovati nelle celle sepolcrali di quell'epoca.
Nell'arte della ceramica poi, riuscirono a modellare vasi acromi, grezzi e dipinti, statue e decorazioni frontali di templi e case, da gareggiare con gli etruschi ed i greci, come ne fanno fede i reperti negli scavi di Lipari, di Centuripe e di Mineo.
Il sole e la luna erano i regolatori delle loro fatiche. Nel commercio dei prodotti usarono, come monete, piccoli dischi di bronzo. Per esprimersi si crearono una scrittura propria lineare con segni alfabetici misti di forme etrusche, greche e latine antichissime, arrivando ad un alto grado di civiltà e di cultura. Date queste sommarie notizie sui siculi, veniamo ora a dare qualche cenno particolare sulla città di Mineo.
Sulle origini di questa città ben poco si conosce, se si eccettuano i brevi, vaghi e frammentari cenni, riportati da alcuni storici antichi e specialmente da Diodoro Siculo,che furono oggetto di tanti studi e discussioni nel secolo scorso.
Una grande controversia infatti si era accesa tra gli storiografi e i filologi moderni della Sicilia, dovuta ai due passi diodorei (XI 86, 6 e XI, 78, 5) riguardanti la patria di Ducezio e la fondazione di Mineo.
Ne fu motivo la diversa interpretazione ad essi data e le conclusioni disparate e contradittorie a cui si pervenne da parte degli studiosi. Accenniamo brevemente quanto allora fu discusso.
Nelle edizioni della "Biblioteca Storica" di Diodoro prima del 1831 veniva data Neai come patria di Ducezio. Ma i critici volendosene rendere conto, per quante ricerche avessero fatto, non solo non trovarono alcun riferimento di questa città negli storici antichi, ma neppure riuscirono ad averne la minima traccia nella toponomastica antica della Sicilia.
Da questo sorse il dubbio: o che questa città fosse ben presto scomparsa del tutto o che la vera dizione di Diodoro fosse diversa da quella contenuta nella edizione tipica che andava per le mani.
Il primo a dubitarne era stato Filippo Cluverio nel 1619. Egli infatti da esperto topografo qual'era, aveva eplorato i luoghi abitati dai siculi, facilmente riconoscibili dalle vestigia dei pagi e dalle numerose necropoli scoperte, ma senza alcun positivo risultato. Avendo poi trovato negli storici antichi, Tolomeo e Stefano Bizantino, una città chiamata dal primo Mena e dal secondo Mandai, indicata vicina al Tempio dei Palici, e osservata l'incertezza di queste voci le corresse in Menai con argomentazioni di ordine più paleografico che storico, mentre sostituì coraggiosamente alla voce Neas quella di Menas il cui nominativo è Menai.
Questa arbitraria correzione non venne accettata da tutti gli storici così che li troviamo divisi in due schieramenti fino al 1894.
Contrari difatti erano stati il Fazello, il Littara ed altri Netini, che facevano risalire l'origine della loro città Noto a Neai. Favorevoli invece il Caruso, il Carrara e l'Aresi, seguiti dai filologi ed archeologi stranieri Adolfo Holm, Edoardo Freeman, nonché da Ettore Pais, Casagrande Orsini, Francesco Sorrentino.
Così stavano le cose, quando la famosa scoperta di un vecchio codice di Diodoro, risalente al secolo X, rinvenuto in una biblioteca di Patmos, venne a chiudere la controversia. Questo codice scoperto nel 1866 e messo a confronto con quelli già noti, fu riconosciuto dai professori Bergman , Tieschen e Coxe di notevolissima importanza e portò agli studi diodorei un grandissimo contributo, sia di ordine storico che filologico. Infatti in esso si trova non solo la soluzione alla nostra controversia, ma anche a tante altre emendazioni logiche, poste dagli tudiosi del testo di Diodoro. In merito al nostro caso si trovò "tas Minas" invece di "tas men Neas", errore questo, dice il Sorrentino, da attribuirsi forse all'amanuense che scambiò la iota con l'epsilon scritta in forma unciale per cui la dizione definitiva del passo X188,6 tanto discusso è "Menas".
Con ciò venne a cadere non solo l'opinione del Fazello e seguaci, ma anche la pretesa dei netini, che incontrò un ostacolo insormontabile, mentre l'azione del Cluverio trovò la conferma in una fonte mai sperata. Così si concluse l'acceso dibattito sull'annosa questione e Menai, ossia l'odierna Mineo, potè dirsi la vera e indiscussa patria di Ducezio dove era nato e su cui dominava.
E poiché si discusse pure l'episodio circa la trasposizione della patria di Ducezio verso il piano, anche qui, si ebbero discordanti pareri. Ci fu infatti chi identificò questo piano con quello sotto Mineo, chi con quello sotto Noto antica e chi con quell'altro nelle vicinanze di Lentini.
La questione allora non venne risolta, perché sembrò disperata impresa dove ubicare la nuova città.
Alla distanza di circa un secolo, dopo studi approfonditi, noi siamo dell'idea, che dovrebbe trattarsi del piano sotto Mineo, avendo là, Ducezio fondata la città di Palica, in seguito alla costituzione della famosa lega delle città sicule contro Siracusa. Però è da notarsi che questa città sorgeva non sulla pianura, ma sopra quel promontorio, circondato di grotte, vicinissimo al lago dei Palici che è nella pianura.
Questo ci confermano i recenti reperti archeologici. Qui infatti l'eroico duce fece emigrare gli abitanti di Menai e di altre città. Qui fece trasferire la sede della sua reggia, divenendo questa città nuova l'erede di Menai. Ciò pare confermato dagli accenni che si trovano in Stefano Bizantino, Tolomeo, Vibio Sequestra e nello stesso Diodoro, i quali riferiscono il fatto della trasposizione in relazione con il tempio dei Palici usando tutti il toponimo di Menai. Quindi a nostro avviso, Palica sarebbe stata la nuova patria di Ducezio essendo sorta presso il tempio dei Palici. E siccome Diodoro nei due passi controversi distingueva una città, fondata da Ducezio di nome Menainon, da una città, patria di Ducezio di nome Menai, anche qui sorsero seri dubbi. Alcuni affermarono infatti che si trattava di due diverse località('), mentre altri di un'unica.
Ma il Casagrande, dopo un lungo ed accurato studio, concluse, che fino a quando non si troverà un'altra fonte diodorea più sicura che provi il contrario, bisogna ritenere che le due voci Menai e Menainon indicano lo stesso sito e una sola città, la patria di Ducezio, l'attuale Mineo. Affermando questo, egli seguì il prof. Giulio Beloch il quale diceva che Diodoro, seguendo la cronologia ora greca, ora romana, narrò come due un unico fatto.
La notizia diodorea quindi dovrebbe considerarsi genericamente una delle non rare duplicazioni, ossia che l'agirese avrebbe narrato due volte il fatto della fondazione di una sola città, chiamandola
prima Menai, col nome in uso al tempo della sua fondazione e poi Menainon col nome, corrente al suo tempo, che le aveva dato Ducezio estendendone l'area abitabile.
L'etimologia del nome risale alla suddetta voce greca Menainon, che significa "accampamento di soldati", mentre la voce latina è Menenum e Menae-arum.
Quanto alle origini di Mineo, come abbiamo accennato, non si hanno notizie esatte. Ma se dobbiamo attenerci a quanto abbiamo detto sopra, che Menai e Menainon sono una stessa città, la patria di Ducezio, ne segue che il re siculo non sarebbe stato il fondatore di Mineo, bensì colui che l'avrebbe restaurata e fortificata nel 459 a.C. e non fondata.
Che la località dovette essere abitata prima di Ducezio, dopo i recentissimi reperti archeologici, ormai non ci sono più dubbi. Abbiamo infatti prove inconfutabili, che ci permettono di documentare sul posto uno stanziamento umano non solo di epoca ellenistica, cioé del tempo di Ducezio, ma addirittura di epoca arcaica risalente al VI o all'VIII secolo a.C.
Di questo abitato arcaico si trovò nel secolo scorso un gruppo di terracotte figurate che si conservano nel museo nazionale di Siracusa, elencate con i numeri 12739, 12740, 12745, 12746, 12750, 12751, 12752, 12753.
Queste terracotte rappresentano piccole maschere muliebri, una figura muliebre stante con mela sul petto e quattro piccole lekythos a figure nere, tutte mutilate, dove si notano sileni danzanti.
Qualche anno fa nell'aprire una strada, che doveva raccordare la via Sotto Castello con quella della Circonvallazione, durante i lavori di sbancamento, venne alla luce, sotto le fondamenta del vecchio castello, un muro costruito secondo la tecnica usata nell'epoca arcaica. Il muro, afferma il Messina, corre sulla roccia di cui segue l'andamento.
Ha un fronte di circa 15 m., l'alzato di m. 2,50 ed è costruito con blocchetti rettangolari disposti a due filari. Inoltre sul terreno asportato vennero rinvenuti moltissimi frammenti di ceramica a decorazione con fasce rosse e marrone sul fondo giallastro e rosa ed anche grezza della stessa epoca con qualche coppetta protocorinzia.
Tutto questo materiale archeologico, esaminato dalla Soprintendenza alle antichità della Sicilia Orientale, è stato classificato dell'epoca su accennata.
Ora se la presenza del muro e della ceramica ci permettono di stabilire che sul colle di Mineo ci fu un insediamento umano di epoca arcaica, è logico pensare e concludere che il luogo fu abitato anche in quei remotissimi tempi. Ma qui sorge spontanea la domanda: quando allora ebbe origine Mineo se già in quell' epoca esisteva? Alcuni storici dicono che non è facile dare una risposta precisa ed aggiungono che sebbene l'origine della città non possa confondersi con la leggenda, tuttavia deve essere molto, ma molto antica.
Altri poi basandosi anche sui reperti archeologici, ritengono che la città sia stata fondata dai siculi, ivi stanziati nell'VIII secolo a.C. come abbiamo già detto.
Può darsi infatti ed è logico pensarlo, che i siculi, battuti da Teocle o da Archia, colonizzatori greci, prima sulla costa e poi sull'entroterra, si siano ritirati nell'interno dell'isola come del resto avvenne. Qui per meglio difendersi si arroccarono sui monti adatti agli intendimenti strategici di quei tempo.
Ora non è improbabile, fra l'altro, che si siano arroccati anche nella zona che oggi costituisce il centro abitato di Mineo. Il fatto che è posta sulla sommità di un monte in posizione di naturale difesa è una prova evidente che ci riporta all'usanza dei siculi i quali costruivano le loro abitazioni sulle rupi e sulle creste dei monti, più o meno inaccessibili, più o meno inespugnabili per meglio difendersi.
Quantunque gli storici antichi poco ci dicano di essa, tuttavia non è un parto della fantasia e nemmeno un'invenzione topografica se la troviamo nella toponomastica siciliana più antica. Essa infatti era nota ad Apollodoro, Vibio, Filisto, Silo, Diodoro Siculo, Stefano non poco, la vicinanza al tempio dei Palici, centro religioso nazionale di quel popolo, e le città sorelle Trinacia, Erice, e Palica, che costituirono con essa una barriera insormontabile.
Mineo nel corso della sua storia plurimillenaria venne chiamata con diversi nomi. Venne detta Mena nel periodo arcaico siculo; Menainon in quello greco; Manaim sotto i cartaginesi; Menae e Menaenum sotto i romani; Qualat Menay nel periodo della dominazione saracena; Minei e Meney nel medio evo, e Mineo nei periodi successivi.
Evidentemente Mineo è stata legata alle popolazioni, che precedettero e seguirono il sorgere e il decadere della Sicilia. Tutto conferma però che il colle di Mineo è stato costantemente abitato e che lungo i secoli ha conservato nelle sue tradizioni e nei suoi costumi le tracce delle antiche civiltà, che vi fiorirono. E se il turista volesse ora vedere quale sia stata l'opulenza di questa città e delle antiche Mene, basterebbe che si portasse tra le balze e i dirupi circonvicini per osservare, come dice il Tamburino Merlini, gli avanzi e gli scheletri di costruzioni, nonché dei frequentissimi sepolcri  interi o demoliti, che la zappa o l'aratro dei coloni hanno ridotto a  miserevole stato.

 

Bibliografia:

G. Gambuzza, Mineo nella Storia, nell'Arte, e negli Uomini Illustri

 


 

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