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Luigi Capuana 1839/1915


Capuana nasce a Mineo, in provincia di Catania, da una famiglia di agiati proprietari terrieri e a Mineo frequenta le scuole comunali.
Nel 1851 si iscrive al Reale Collegio di Bronte lascia dopo solo due anni per motivi di salute, proseguendo comunque lo studio da autodidatta.
Nel 1864 si stabilisce a Firenze per tentare "l'avventura letteraria" e vi rimarrà fino al 1868.

Luigi Capuana

A Firenze frequenta gli scrittori più noti dell'epoca, tra i quali Aleardo Aleardi e nel 1865 pubblica i suoi primi saggi critici sulla "Rivista italica", diventando nel 1866 critico teatrale de "La Nazione".
Nel 1867 pubblica sul quotidiano fiorentino la sua prima novella dal titolo Il dottor Cymbalus che prende a modello il racconto di Dumas figlio La boîte d'argent.
Nel 1868 ritorna in Sicilia pensando di rimanervi per poco tempo ma la morte del padre e i problemi economici, lo costringono a rimanere nell'isola.
Diventa dapprima ispettore scolastico, poi consigliere comunale di Mineo e infine viene eletto sindaco del paese.
Fu in questo periodo che si accosta alla filosofia idealistica di Hegel e ha modo di leggere "Dopo la laurea", un saggio del medico hegeliano e positivista Angelo Camillo De Meis in cui il pensiero filosofico si salda alla problematica letteraria, rimanendo entusiasta dalla sua teoria dell'evoluzione e morte dei generi letterari.
Nel 1875 Capuana si reca per un breve soggiorno a Roma e nello stesso anno, su consiglio dell'amico Giovanni Verga, si trasferisce a Milano dove inizia a collaborare al "Corriere della Sera" come critico letterario e teatrale.
Nel 1877 esce a Milano la sua prima raccolta di novelle Profili di donne edita da Brigola e nel 1879 il romanzo Giacinta, ancora influenzato da Zola, che verrà considerato il "manifesto" del verismo italiano.
Nel 1880, l'anno che Verga pubblica Vita dei campi, Capuana, che è un entusiasta divulgatore del naturalismo francese e contribuisce con Verga a elaborare la poetica del verismo italiano, raccoglie i suoi articoli su Émile Zola, i Goncourt, Verga e altri scrittori dell'epoca in due volumi di "Studi sulla letteratura contemporanea" (1980-1982) e ritorna a Mineo dove inizia a scrivere il romanzo che lo renderà celebre, vent'anni dopo, dal titolo "Il Marchese di Santaverdina", in seguito "Roccaverdina".
Dal 1882 al 1883 lo scrittore risiede a Roma e dirige il "Fanfulla della Domenica". Gli anni fino al 1888 li trascorrerà a Catania e a Mineo, per tornare infine a Roma dove vi rimarrà fino al 1901.
In questi anni la sua produzione letteraria fu ricchissima.
Nel 1882 pubblica una raccolta di fiabe dai molti motivi folkloristici, C'era una volta, le raccolte di novelle Homo (1883), Le appassionate (1893), Le paesane (1894) e i migliori saggi critici nei quali, staccandosi dal naturalismo, rivela una propria estetica dell'autonomia dell'arte.
Sempre di questo periodo sono i suoi romanzi più noti, tra i quali Profumo, che apparve dapprima in 10 puntate su "Nuova Antologia" dal luglio al dicembre 1890 e in volume nel 1892 e Il Marchese di Roccaverdina (1901).
Nel maggio del 1888 va in scena, al teatro Sannazzaro di Napoli, una commedia in cinque atti tratta dal romanzo Giacinta con buon successo di critica e di pubblico.
Nel 1900 lo scrittore ottiene la cattedra di letteratura italiana presso l'Istituto Femminile di Magistero a Roma, approfondisce la sua amicizia con D'Annunzio e conosce Pirandello che è suo collega al Magistero.
Lavora inoltre al romanzo Rassegnazione che esce in cinque puntate su "Flegrea" dall'aprile al maggio dello stesso anno.
Nel 1902 Capuana si trasferisce a Catania, per insegnare lessicografia e stilistica presso l'università locale.
Tra le sue ultime opere vi sono i volumi di fiabe e novelle, Coscienze (1905),  Gli Americani di Rabbato (1912).
Muore il 29 novembre 1915 a Catania poco dopo l' entrata in guerra dell'Italia.
Capuana fu l'assertore più convinto e teoricamente preparato del verismo, sostenitore instancabile del "metodo impersonale" che vide pienamente realizzato nelle opere dell'amico Verga, in quelle del De Roberto e in parte nelle proprie, ebbe anche notevoli doti di critico che certo furono superiori alle sue capacità inventive dove veniva spesso a mancare proprio quella "forma vitale" che egli cercava nell'opera d'arte
Nel primo periodo della sua critica, ne Il Teatro italiano contemporaneo. Studi sulla letteratura contemporanea", la poetica del verismo che Capuana aveva elaborato si poneva come regola fondamentale quella di ritrarre direttamente dal vero.
Questo significava che lo scrittore doveva assumere dalla vita contemporanea la materia e narrare fatti realmente accaduti, senza limitarsi a ritrarli dall'esterno, ma ricostruendo la storia cogliendo e rivelando tutto il processo mediante il quale il fatto si era prodotto.
Per poter inoltre condurre una ricostruzione del tutto veritiera era necessario usare una prosa duttile e viva, non retorica, che risultasse aderente ai fatti.
L'attività di critico trova riscontro nell'opera narrativa di Capuana dove, fin dagli inizi, con la raccolta di novelle Profili di donne del 1877 si coglie il tema principale della sua ricerca, quello della psicologia femminile, teso a ricostruire narrativamente i processi generatori dei "fatti umani" con un gusto per i racconti che hanno dello straordinario ricchi di situazioni misteriose e personaggi enigmatici.
Giacinta
Dopo aver scritto la raccolta di novelle Profili di donne Capuana pubblica nel 1879 il suo primo vero romanzo, Giacinta, nel quale si avverte una esclusiva attenzione per il "documento umano".
Nel romanzo si racconta la storia di una donna che, avendo subito una violenza sessuale da bambina, si trova a dover scontare con tutta la sua vita e fino la suicidio la "colpa" che il pregiudizio sociale non le perdona.
Capuana, attraverso il punto di vista di un medico, cerca di rappresentare il personaggio "da scienziato" ma, come dice il Ghidetti "il" dottore, può solo prendere pessimisticamente atto di una predestinazione senza riuscire (anche per la grande confusione, è lecito dedurre, di maestri e dottrine che aveva in testa, proprio come il giovane Capuana) a penetrare il segreto di una rivolta consumata tutta all'interno della condizione femminile ed esaurita e spenta dall'autodistruzione". Ed infatti l'unico aiuto che la scienza potrà dare a Giacinta sarà il curaro, il veleno che il dottore le aveva dato come medicamento per il padre e con il quale la donna si ucciderà.
“Giacinta” fu il primo romanzo naturalista italiano e al suo apparire fu definito immorale.
Esso, come lo stesso autore dichiara nella prefazione, fu composto dopo la lettura di Balzac, di Madame Bovary di Flaubert e dei Rougon Macquart di Zola.
Il romanzo è puramente naturalista, c’è l’attenzione per i fatti patologici, in questo caso patologia morale, l’amore che diviene ossessione quindi malattia.
La figura che ne emerge è quella del medico, che da scienziato può intervenire nella realtà malata e curarla.
In esso, tuttavia, il Capuana non si sofferma tanto sugli elementi "patologici" di Giacinta, quanto sulle sue reazioni consce e inconsce di fronte alla realtà.
L'autore vuole penetrare "il segreto di certe azioni", vuole mostrare, nell'apparente incoerenza del comportamento della donna, una coerenza che, pur in contrasto con le leggi della ragione, rientrano in un sistema psico-fisiologico.
La violenza, subita da bambina, è quindi la chiave che spiega, in termini deterministici, ogni scelta di Giacinta che, anche se inspiegabile, la condurrà alla scelta estrema: il suicidio.
Sul piano della tecnica narrativa siamo lontano dall’impersonalità di Verga, in Giacinta è presente il narratore onnisciente che osserva i fatti dall’esterno ed interviene con i suoi commenti.
Profumo
Il romanzo, che fu pubblicato nel 1891, era in precedenza uscito dalla "Antologia" nel secondo semestre del 1890.
In esso sono evidenti le influenze del naturalismo zoliano e gli elementi ispirati alla fisiologia e alla patologia compaiono come in Giacinta anche se Capuana sembra voler ritornare al nucleo centrale della sua ispirazione, cioè all'indagine psicologica.
Con questo romanzo lo scrittore si avvia verso il romanzo psicologico moderno, risalendo all'infanzia dei protagonisti e ritrovando i germi del male in azioni che sono in apparenza trascurabili.
Malìa [
Caso più unico che raro, lo stesso anno del libretto (1891), nacque la commedia omonima in lingua, e poi, nel 1902, quella in dialetto malgrado il parere contrario di Verga, che non credeva in una « Malìa » in siciliano, e che fu portata alle stelle da Giovanni Grasso e Mimì Aguglia.
La musicò Francesco Paolo Frontini che, prima di accingersi alla stesura dell'opera, fece leggere il libretto a Mario Rapisardi e a Verga. Rapisardi lo trovò « bellissimo ». Verga ne fu « entusiasta ». Il successo dell'opera, si rinnovò a Bologna, Milano, Torino e al Teatro Nazionale di Catania. « A leggere l'opera anche oggi » - scriveva il maestro Pastura alla morte del Frontini - « un brivido di commozione ci avvince. Il dramma del Capuana trovò in Frontini un commentatore raffinato e preciso, un musicista che facendo musica seppe fare anche della psicologia. Jana, Nedda, Cola e Nino sono tratteggiati con profondo intuito e con una indagine psicologica che mette a nudo le loro anime inquiete, che precisa i caratteri, che ne riassume la tragedia ». Sempre a proposito di « Malia », l'accento è stato posto ancora sull'isterismo della protagonista Jana, nata agli albori degli studi freudiani.

Il marchese di Roccaverdina
Ma il capolavoro di Capuana fu un altro romanzo Il marchese di Roccaverdina pubblicato nel 1901, dopo circa quindici anni di lavoro.
Il romanzo, che intreccia motivi di carattere sociologico, sulla linea della più tipica narrativa verista, all'elemento psico-patologico, è estremamente interessante.
La storia narrata è quella del marchese di Roccaverdina che, per ragioni di convenienza sociale, dà in sposa la giovane contadina che tiene in casa come serva-amante a un suo sottoposto, Rocco Criscione, che si impegna a rispettarla come una sorella ma che in seguito, avvelenato dal sospetto, uccide a tradimento, lasciando che venga incolpato del delitto un altro contadino.
La vicenda, che si snoda sullo sfondo di una campagna siciliana arida e desolata con un ritmo cupo e ossessivo, è narrata in flash-back dal marchese come ricordo angoscioso e come confessione.
Il tema dominante, tutt'altro che facile, è quello della progressiva follia del protagonista dalle prime paure spiritistiche ai vari tentativi di placare l'angoscia e il rimorso con la religione, con il lavoro, con il matrimonio, con il materialismo e l'ateismo, fino alla follia, alla demenza, alla morte. Esso è risolto felicemente dal narratore con una formula realistica che non insiste sul caso patologico, come in Giacinta e in Profumo, ma si serve di una vicenda umana per risalire alla complessa psicologia dei personaggi. Prevale in questa opera di Capuana la fredda analisi a danno dell’abbandono poetico e fantastico.
Le novelle
Tra le opere narrative migliori di Capuana sono da annoverare le novelle ispirate alla vita siciliana, ai personaggi e ai fatti grotteschi e tragici della propria provincia, come nel realismo bozzettistico di alcuni racconti della raccolta "Le paesane" e in altre che non presentano situazioni drammatiche, ma sono divertenti e cercano sempre di mettere in evidenza il lato comico anche se il caso si fa serio.
Nelle novelle numerosi sono i ritratti dei canonici, dei prevosti, dei frati cercatori con la passione della caccia, del gioco e della buona tavola, tipici di tanti personaggi della narrativa del secondo Ottocento.
Le fiabe
Le fiabe, scritte in una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche di ritornelli, cadenze e cantilene rimangono forse l'opera più felice del Capuana. Esse non nascono da un interesse per il patrimonio folkloristico siciliano e non vengono raccolte come documenti della psicologia popolare, ma nascono dall'invenzione.
Le sue opere e il cinema
Capuana ha ispirato poco il cinema, a differenza di Giovanni Verga.
Il primo film, infatti, è ispirato ad un'opera minore come Lu cavalieri Pidagna con il titolo Zaganella e il cavaliere (1932). Era diretto da Giorgio Mannini e Gustavo Serena, sceneggiato da Amleto Palermi con la partecipazione di Marcella Albani nel ruolo di Lia e Carlo Lombardi in quello di Ignazio Meli.
Il romanzo che, invece, ha avuto maggiore verve ispirativa è stato Il Marchese di Roccaverdina che è stato alla base di due film con lo stesso titolo: Gelosia. Il primo è di Ferdinando Maria Poggioli, del 1943, sceneggiato da Sergio Amidei, con Luisa Ferida nel ruolo di Agrippina Solmo e Roldano Lupi in quello del marchese. Il secondo, del 1953, è invece diretto da Pietro Germi, su sceneggiatura di Giuseppe Berto, con Marisa Belli (Agrippina), Erno Crisa (marchese) e Paola Borboni. Entrambi sono ottimi risultati, il primo con una forte impronta verista, il secondo con un'ottima ambientazione.
Ricordiamo infine Malia del 1946 diretto e sceneggiato da Giuseppe Amato con Anna Proclemer nel ruolo di Jana, María Denis in quello di Nedda e Roldano Lupi in quello di Nino, il fidanzato di Jana. Film che è anche stato Nastro d'argento per la musica di Enzo Masetti


 

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